FIFA WORLD CUP 2026. Il calcio mondiale fa il grande salto

Dall’11 giugno al 19 luglio 2026, il mondo si ferma per guardare il calcio. La FIFA World Cup 2026 è ufficialmente arrivata, e questa edizione è destinata ad entrare nella storia come la più grande di sempre: 48 squadre, 104 partite, tre paesi ospitanti e 39 giorni di calcio ad altissimi livelli. Ma dietro i numeri record si nasconde anche un torneo più discusso e controverso di quanto la FIFA voglia far credere, tra impatto ambientale, costi sociali, tensioni geopolitiche e un caldo che rischia di mettere a rischio la salute di chi è in campo e sugli spalti.

Un formato rivoluzionario
Per la prima volta nella storia della competizione maschile, il numero di nazionali partecipanti è salito da 32 a 48, distribuendosi in 12 gironi da quattro squadre ciascuno. Le gare si disputano in 16 città tra Stati Uniti, Messico e Canada, con una fase a eliminazione diretta che per la prima volta include i sedicesimi di finale. La scelta di allargare il torneo non è stata priva di polemiche: la European Club Association si è dichiarata contraria all’aumento del numero di partite, ritenendo il carico di lavoro già a livelli insostenibili per i giocatori. Eppure il presidente della FIFA Gianni Infantino ha portato avanti la sua visione, e oggi quella visione è realtà sui campi nordamericani.
Le confederazioni di tutto il mondo hanno beneficiato di questa espansione: l’Europa partecipa con 16 squadre, l’Africa con 10, l’Asia con 9, mentre l’Oceania ha ottenuto per la prima volta nella storia un posto garantito al torneo.

Tre cerimonie inaugurali: uno spettacolo senza precedenti
Uno degli aspetti più originali di questa edizione è la scelta di tenere non una, ma ben tre cerimonie d’apertura separate, una per ciascun paese ospitante. Una novità assoluta nella storia dei Mondiali, pensata per valorizzare le identità culturali di Messico, Canada e Stati Uniti.
Il sipario si è alzato l’11 giugno 2026 nello stadio “Estadio Azteca” di Città del Messico, dove al centro del campo campeggiava una grandissima riproduzione in cartapesta della Coppa del Mondo. La cerimonia è iniziata alle 19:30 ora italiana e ha avuto una durata di circa novanta minuti, trasformandosi in una vera e propria festa musicale globale.

Ad aprire lo show sono stati i Manà, gruppo rock messicano amatissimo in patria, con il pubblico che cantava in coro. Lo stadio si è poi scatenato con l’esibizione di Shakira e Burna Boy, che hanno cantato l’inno ufficiale dei Mondiali 2026, “Dai Dai”. Il messaggio principale della canzone è quello dell’unità globale attraverso il calcio, della celebrazione delle diverse culture e dell’energia collettiva che i Mondiali riescono a creare. Shakira ha spiegato che una canzone dei Mondiali deve far sentire le persone unite, indipendentemente dalla lingua o dal Paese di provenienza, e trasmettere entusiasmo, speranza e voglia di partecipare. Il titolo “Dai Dai” richiama un’esortazione all’azione e all’incoraggiamento, in linea con lo spirito competitivo e festoso del torneo. Sul palco si sono alternati anche J Balvin, la stella sudafricana Tyla, e icone della musica latina come Alejandro Fernández, Lila Downs, Belinda, Danny Ocean e i Los Ángeles Azules.

La presenza italiana si è fatta sentire con la partecipazione del tenore Andrea Bocelli che ha collaborato con il DJ David Guetta e la cantante sudcoreana EJAE. I due cantanti si sono tenuti per mano mentre intonavano “DNA (More Than A Game)”, l’inno dance della competizione, circondati dalle bandiere delle 48 nazioni partecipanti. “DNA” parla dell’idea che il calcio faccia parte dell’identità delle persone, quasi fosse nel loro DNA. Il titolo è una metafora: il calcio viene presentato come qualcosa che unisce tifosi, giocatori e culture diverse a un livello profondo. Il ritornello ruota attorno all’idea che il calcio sia più di “un semplice gioco”, ma qualcosa che fa parte della nostra storia personale e collettiva. La canzone vuole rappresentare l’emozione di vedere persone sconosciute abbracciarsi e festeggiare insieme durante il Mondiale, indipendentemente dalla nazionalità. “Anche se cadiamo, noi poi ci rialziamo”, ha cantato Bocelli in italiano, ricevendo l’applauso scrosciante degli 80.000 spettatori presenti sugli spalti.
A chiudere la cerimonia è salito sul palco il presidente della FIFA Gianni Infantino insieme all’attrice messicana Salma Hayek, per dare il via ufficiale al torneo tra fuochi d’artificio.

(Per il pubblico italiano, però, la serata non è stata priva di polemiche. Dopo averla pubblicizzata per diverse settimane, la Rai ha infatti deciso di interrompere la trasmissione della cerimonia d’apertura su Rai 1 dopo soli dieci minuti dall’inizio, per lasciare spazio a mezz’ora di Tg1. Per uno scherzo del destino, l’interruzione è arrivata proprio mentre Shakira, artista di punta della serata, era nel pieno della sua performance, scatenando una vera ondata di proteste sui social.
La Rai è intervenuta in serata con una nota ufficiale, spiegando che la diretta era regolata da una tempistica rigorosa condivisa con la FIFA, che prevedeva passaggi obbligati tra i vari momenti della trasmissione. L’emittente ha riconosciuto che l’interruzione, avvenuta un minuto prima della conclusione dell’esibizione di Shakira, è stata il risultato di un errore nella gestione del timing finale, esprimendo rammarico verso il pubblico. Una piccola macchia su una serata che, a livello globale, ha invece fatto registrare numeri da record.)
Dopo il Messico, nella serata del 12 giugno anche il Canada ha avuto il suo ingresso nel Mondiale americano: prima del match di Toronto tra i padroni di casa e la Bosnia-Erzegovina (match terminato 1-1) si è tenuta una cerimonia di apertura che ha visto sfilare le bandiere dei paesi partecipanti. La cerimonia ha parlato della storia del paese e non è mancato lo show, tra gigantografie degli animali caratteristici del paese (orso, alce e balena) e il pallone alle spalle del palco che si trasforma nella Coppa del Mondo per il gran finale coi fuochi d’artificio.
Non è mancato lo show musicale: Michael Bublé, originario della città canadese di Burnaby, si è esibito sul palco intonando il classico soul Bring It On Home To Me, una canzone del cantautore statunitense Sam Cooke.
Nella notte della California, tra Stati Uniti e Paraguay, si è tenuta anche la cerimonia di apertura per gli States.
Sul palco si sono alternati diversi artisti internazionali, tra cui Future e Tyla. Successivamente Anitta si è esibita insieme all’artista thailandese LISA e al nigeriano Rema interpretando il brano Goals. La FIFA ha presentato il brano come un incontro tra tre grandi correnti musicali globali: K-pop, Latin pop e Afrobeats. Questo per rappresentare la dimensione internazionale del Mondiale. Nel brano, LISA, Anitta e Rema non raccontano una partita o un’esperienza da tifosi. Piuttosto, si presentano come persone che hanno raggiunto i propri obiettivi, mostrano fiducia, stile, determinazione e invitano ad avere la stessa mentalità vincente. Il brano mira a rappresentare l’altra parte dello sport ovvero quella che riguarda il credere in sé stessi e lavorare sodo per raggiungere i propri obiettivi.
A seguire c’è stata la performance della cantante pop Katy Perry: dopo l’ingresso al centro del campo delle bandiere delle Nazionali presenti al Mondiale, si è esibita cantando Wonder in compagnia di Tius Luka, un giovane cantante norvegese di 10 anni. Katy Perry ha raccontato di aver ascoltato una registrazione della voce di Tius nel 2023; ne rimase colpita al punto da scrivere il resto del brano attorno a quella voce infantile e includerlo nel suo album. “Wonder” parla della capacità dei bambini di guardare il mondo con meraviglia, immaginazione e speranza, qualità che spesso gli adulti perdono crescendo. Il messaggio è quello di conservare curiosità, sogni e fiducia nel futuro.

La partita inaugurale e la finale
Subito dopo la cerimonia messicana, è scattato il calcio d’inizio della partita inaugurale tra Messico e Sudafrica. L’appuntamento finale è invece fissato per il 19 luglio 2026 al New York New Jersey Stadium, il MetLife Stadium di East Rutherford ridenominato per l’occasione, che ospiterà così la seconda finale maschile della storia americana dopo quella del 1994.
Per chi segue il torneo dall’Italia, il fuso orario richiede qualche sacrificio: molte partite cadono in tarda serata o addirittura di notte, mentre altre sono programmate alle 21:00 ora italiana.

Le stelle in campo
Questa edizione dei Mondiali è anche un palcoscenico straordinario per alcune delle leggende viventi del calcio. L’Argentina campione in carica si presenta con Lionel Messi alla sua sesta partecipazione mondiale. Dall’altra parte, Cristiano Ronaldo guida il Portogallo alla ricerca del primo titolo, anch’egli alla sua sesta Coppa del Mondo. La Francia, reduce dalla sconfitta in finale quattro anni fa, vuole il riscatto con Ousmane Dembélé come punto di forza offensivo. La Spagna di Rodri punta alla seconda stella della propria storia, mentre la Croazia conta ancora su Luka Modric a centrocampo. Il Brasile, nazionale più vincente nella storia dei Mondiali con cinque titoli, punta forte su Carlo Ancelotti, primo tecnico italiano della sua storia. In attacco brilla Vinicius Junior, ma la notizia più attesa è il ritorno di Neymar, convocato dopo mesi di voci.
Un torneo da record: numeri, ambiente, costi e geopolitica
Se i numeri in campo sono già impressionanti, quelli fuori dal campo lo sono ancora di più. La cerimonia d’apertura dei Mondiali FIFA 2026 ha raggiunto circa 1,2 miliardi di spettatori in tutto il mondo, stabilendo uno dei record più alti mai registrati per un evento di intrattenimento live. Per capire la portata di questo dato, basta un confronto: l’halftime show del Super Bowl LX, con protagonista Bad Bunny, aveva raccolto circa 128 milioni di spettatori. Il calcio, ancora una volta, si conferma lo sport più seguito del pianeta.
Quello che la FIFA presenta come “il Mondiale più inclusivo di sempre” è anche, secondo numerosi osservatori, il torneo più discusso degli ultimi decenni per il suo impatto fuori dal campo.

L’estensione geografica del torneo (che si sviluppa per circa 4.500 chilometri da Vancouver a Città del Messico) comporta una mole di spostamenti aerei senza precedenti. Secondo le stime di Scientists for Global Responsibility e del New Weather Institute, le emissioni complessive potrebbero arrivare fino a 9 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, più del doppio rispetto alla media dei Mondiali disputati tra il 2010 e il 2022 e quasi il doppio di quanto stimato per Qatar 2022. I trasporti aerei da soli sarebbero responsabili di circa 7,7 milioni di tonnellate di emissioni, pari secondo alcune stime all’87% dell’impatto totale del torneo. Un dato che ha portato il New Weather Institute a definire questa edizione “l’evento sportivo più inquinante di sempre”. La FIFA si difende sottolineando che, a differenza di Qatar 2022 o Brasile 2014, non sono stati costruiti nuovi stadi, la sua strategia climatica prevede una riduzione del 50% delle emissioni entro il 2030, senza però un obiettivo specifico fissato per questa edizione, mentre il ricorso a compensazioni e crediti di carbonio viene spesso giudicato insufficiente da ONG e attivisti.

Sul fronte economico, lo studio condotto da OpenEconomics stima un impatto socio-economico globale di 80,1 miliardi di dollari, con un contributo al PIL mondiale di circa 41 miliardi e oltre 824 mila posti di lavoro creati. Numeri enormi, ma che raccontano solo una parte della storia: la spesa complessiva stimata per organizzare il torneo è di 13,9 miliardi di dollari, di cui 11,1 miliardi a carico degli Stati Uniti, tra investimenti infrastrutturali, costi organizzativi e fondi pubblici delle città ospitanti. I ricavi più consistenti, diritti tv, sponsorizzazioni (circa 1,8 miliardi di dollari dalle sole sponsorizzazioni) e contratti commerciali globali, finiscono soprattutto nelle casse della FIFA, mentre sulle città restano i costi di sicurezza, infrastrutture e il rincaro di hotel, trasporti e biglietti, che secondo molti esperti rende il torneo proibitivo per buona parte dei tifosi, specialmente quelli che arrivano dall’Europa.

A complicare ulteriormente il quadro è il clima nordamericano in piena estate. Diversi studi scientifici, tra cui uno pubblicato su Scientific Reports, indicano che 10 dei 16 stadi del torneo presentano un rischio molto elevato di stress termico estremo per i calciatori, con temperature che in città come Dallas, Houston, Miami, Atlanta o Kansas City possono superare ampiamente i 30°C, aggravate da un alto tasso di umidità. La FIFA ha introdotto pause di idratazione obbligatorie di tre minuti per tempo in tutte le partite, ma secondo gli esperti questa misura standardizzata non basta a sostituire un’analisi dinamica delle condizioni reali di ogni stadio. Il sindacato mondiale dei calciatori, la FIFPRO, ha chiesto la possibilità di rinviare o sospendere le gare quando le condizioni superano soglie di sicurezza, mentre allenatori come Pep Guardiola hanno già parlato di “condizioni climatiche disastrose” vissute durante il Mondiale per Club, antipasto di quanto potrebbe accadere nelle prossime settimane.
Il Mondiale 2026 si gioca anche su un terreno politico scivoloso. Negli Stati Uniti, la stretta sull’immigrazione voluta dall’amministrazione Trump ha già portato al respingimento di alcune persone legate al torneo, mentre l’agenzia federale per l’immigrazione ICE è stata annunciata come “attore chiave” nell’apparato di sicurezza dell’evento, scatenando proteste e scioperi da parte dei lavoratori di alcuni stadi, preoccupati che la collaborazione tra forze dell’ordine locali e ICE possa trasformarsi in un rischio per le comunità migranti. Pesano poi gli accordi commerciali della FIFA con colossi dell’energia fossile come Aramco, accusata da più parti di “sportwashing”, proprio mentre l’Arabia Saudita è già stata designata come prossimo paese ospitante nel 2034. Non manca infine la dimensione simbolica: lo scorso dicembre Gianni Infantino ha consegnato a Donald Trump il primo “FIFA Peace Prize”, una scelta che ha alimentato ulteriori dubbi sulla reale indipendenza dell’organizzazione dalla politica.

L’assenza dell’Italia
C’è però un’ombra su questo torneo, almeno per noi italiani: la Nazionale azzurra non è presente. L’Italia ha fallito l’obiettivo perdendo ai rigori la finale playoff contro la Bosnia ed Erzegovina, sotto la guida del tecnico Rino Gattuso. “Questa è una mazzata difficile da digerire”, le parole dello stesso Gattuso dopo il fischio finale a Zenica.
Si tratta di un’assenza che pesa particolarmente, perché non è la prima volta che accade: l’Italia è infatti diventata la prima grande nazionale nella storia del calcio a essere eliminata sul campo per tre edizioni consecutive, dopo i mancati appuntamenti con Russia 2018 e Qatar 2022. Un record negativo che fa ancora più male se si pensa che, nemmeno il nuovo formato allargato a 48 squadre è bastato a regalare il pass agli azzurri. Per gli appassionati di calcio italiani non resta che tifare per altre squadre o godersi lo spettacolo da spettatori neutrali, sperando che questa striscia negativa non diventi un’abitudine cronica per il movimento calcistico nazionale.
Resta una domanda che brucia tra i tifosi italiani: come si è arrivati a questo punto? Il percorso disastroso era iniziato con la sconfitta in Norvegia sotto la gestione Spalletti, per poi proseguire con un pesante poker subito a San Siro proprio contro i norvegesi, già con Gattuso in panchina. Una caduta libera che ha trasformato i playoff nell’ultima, fragile speranza, naufragata anch’essa nel peggiore dei modi.

Il caso Iran: la linea dura di Trump
Tra i temi più discussi alla vigilia del torneo c’è stato il caso legato alla partecipazione dell’Iran. Dopo l’escalation del conflitto in Medio Oriente, il ministro dello sport iraniano Ahmad Donjamali aveva inizialmente dichiarato che il proprio paese non avrebbe partecipato ai Mondiali, sostenendo che non ci sarebbero state le condizioni per farlo dopo l’uccisione della Guida Suprema. Il presidente americano Donald Trump era intervenuto sulla questione con parole tutt’altro che rassicuranti: “La nazionale di calcio iraniana è benvenuta ai Mondiali, ma non credo sia appropriato che siano lì, per la loro vita e sicurezza”, aveva dichiarato su Truth Social. La nazionale iraniana, però, non si è lasciata intimidire: in una dichiarazione pubblicata sui social, la squadra ha ribadito che la propria partecipazione non sarebbe stata decisa da “nessun individuo o paese”, ricordando che a stabilire le regole della competizione è la FIFA e che si erano qualificati regolarmente sul campo.
L’Iran ha affrontato sul campo la Nuova Zelanda, la partita è finita in pareggio con due gol da ciascuna squadra ma a far discutere è il contorno del match: i membri della diaspora iraniana, nota come Tehrangeles, hanno manifestato contro la Repubblica islamica fuori dallo stadio, mentre centinaia di tifosi all’interno hanno esposto l’emblema del leone e del sole, simboli della bandiera prima della rivoluzione del 1979 attuando quindi una protesta contro l’attuale regime.
Successivamente sono arrivati anche i fischi durante l’inno. A fine partita Ramin Rezaeian, interpellato sui fischi all’inno da un giornalista, ha risposto “Non sono affari tuoi. Se c’è qualche problema tra noi, sono affari nostri, non ti riguardano. Ti rispetto, ma è una questione che ci riguarda e la risolveremo, non preoccupartene”.
A far discutere è stata l’esultanza di Mohammad Mohebi suddivisa in due parti: prima ha fatto il gesto che richiama un’iniezione sul braccio, la cosiddetta ‘ice in my veins’ usata per indicare la freddezza nei momenti decisivi. Subito dopo l’attaccante ha guardato verso le tribune e ha mimato un gesto che in molti hanno interpretato come uno sparo con una pistola rivolto ai presenti. “È stato un gesto spontaneo. Solo un’esultanza e basta”. Un‘esultanza molto chiacchierata, visto il contesto storico e geopolitico già di per sé parecchio delicato.
Un mondiale per tutti
Al di là dei risultati sportivi, la FIFA World Cup 2026 rappresenta qualcosa di più grande di un semplice torneo di calcio. È un evento capace di unire miliardi di persone attorno a una passione comune, di far sventolare bandiere di 48 nazioni diverse fianco a fianco, di trasformare per qualche settimana città lontanissime tra loro in un unico, grande stadio globale. Allo stesso tempo, è anche lo specchio di un’epoca: quella di mega-eventi sempre più grandi, sempre più costosi, sempre più dipendenti da voli intercontinentali e accordi commerciali discutibili, organizzati in un clima sempre più imprevedibile. Tre cerimonie, 1,2 miliardi di spettatori, 48 squadre, ma anche milioni di tonnellate di CO₂, miliardi di dollari di costi pubblici e temperature da record: i Mondiali 2026 non sono solo i più grandi di sempre, sono, probabilmente, anche i più controversi.
Sofia Martorana


