CIVIL WAR – Quando un regista ci ammonisce sul futuro

TAPPA I – INTRODUZIONE
Gli ultimi mesi sono stati molto tesi dati gli sviluppi di quella che, a tutti gli effetti, viene definita come la Terza Guerra del Golfo. Le tensioni fra l’Iran e gli Stati Uniti d’America sono in uno stallo molto delicato, soprattutto dopo le numerose minacce e ultimatum del 47° Presidente in carica Donald Trump, capace di generare tensioni e scontri, anche armati, all’interno degli stessi USA per via della sua ideologia ed al suo motto “Make America Great Again”.
Eppure questo periodo così agghiacciante e bellicoso, soprattutto con l’ingente influenza del Presidente degli Stati Uniti e delle sue azioni sempre più imprevedibili ed egocentriche, è stato affrontato notevolmente in numerose opere narrative di finzione che, in alcuni casi, si sono rivelate quasi “profetiche”. È il caso ad esempio di “The Boys”, serie televisiva targata Amazon Prime Video che, in particolare nell’ultima stagione, scritta negli anni scorsi e ancora in corso e pubblicata ogni mercoledì fino al 20 maggio, si è mostrata particolarmente profetica nel suo parodiare in maniera fittizia comportamenti di Trump che si sono rivelati veri in corso d’uscita. Ma in questa sede non parleremo di The Boys (non oggi almeno), bensì di un’altra pellicola altrettanto suggestiva, politica ma fortunatamente non ancora profetica.
Parliamo di “Civil War”, film del 2024 diretto da Alex Garland. Ed è già questo il primo punto interessante della pellicola. Garland ha infatti alle spalle una carriera di spicco nel panorama cinematografico: è lui lo sceneggiatore dell’horror post-apocalittico “28 giorni dopo” nonchè dei suoi seguiti “28 anni dopo” e “28 anni dopo: Il tempio delle ossa”, diretti dal suo stretto collaboratore Danny Boyle, regista di un altro lungometraggio sceneggiato da lui, ovvero il film fantascientifico “Sunshine”. In ambito registico invece, oltre a Civil War, ha diretto i film di fantascienza “Ex-Machina” e “Annientamento”, oltre al film horror dai riscontri psicologici “Men” e il film di guerra “Warfare – Tempo di guerra”.
Il regista Alex Garland
La sua produzione cinematografica è stata osannata per la notevole profondità dello sviluppo di temi attuali e politici in ambiti di finzione. È il caso anche di “Civil War”, che nei suoi 109 minuti di durata ci ammonisce nei riguardi di uno scenario interessante quanto agghiacciante: negli Stati Uniti d’America diverse decisioni non condivise del Presidente in carica hanno portato ad una frattura fra i cinquanta stati della Repubblica Federale, portando alla nascita delle Western Forces, ovvero un’alleanza fra California e Texas.

Per analizzare a pieno il significato del film, tratteremo nel dettaglio i primi 10 minuti di film, spiegando nel dettaglio quella che di fatto è una dichiarazione d’intenti molto forte e politica.
TAPPA II – RECENSIONE
Il film dichiara subito il proprio intento e la sua presa di posizione politica fin dalla prima scena, in cui ci viene presentato il primo personaggio della storia, ovvero il Presidente interpretato da Nick Offerman, che si prepara ad emanare un discorso politico in cui dichiarerà la sua vittoria verso i separatisti, seppur sia una menzogna. Un discorso che, dopo i recenti avvenimenti sul fronte iraniano, sappiamo essere tremendamente attuale.
Successivamente, ci vengono presentati due dei protagonisti che seguiremo. Lee, interpretata da un’ottima Kirsten Dunst, è una fotografa di guerra ormai disillusa in coppia con il cinico reporter donnaiolo della Reuters Joel, interpretato dall’attore brasiliano Wagner Moura (che abbiamo recentemente visto nel film altrettanto politico “L’agente segreto”). La scena in cui ci vengono presentati è qualcosa di incredibilmente simbolico: in una New York che è ormai diventata zona di guerra, in cui vengono imposte tasse e razionamenti, una separatista kamikaze si fa esplodere brandendo in mano una bandiera delle Western Forces, perdendo la vita per la causa.
In questo scenario bellico presentato dal film, all’interno di un hotel di lusso ormai fatiscente e dedicato alla stampa, assistiamo allo stabilirsi dell’obiettivo fulcro della trama e che sarà veicolo di tutte le critiche successive alla società odierna americana. I due protagonisti, insieme all’esperto giornalista del New York Times Sammy, interpretato dal caratterista Stephen McKinley Henderson, e dalla fotografa in erba precedentemente incontrata dai due durante l’attentato Jessie, interpretata dalla giovanissima Cailee Spaeny, decidono di intraprendere un viaggio da New York a Charlottesville, ove stanzia un contingente ribelle che si prepara ad assaltare Washington D.C., per unirsi all’assalto e intervistare il Presidente poco prima che venga giustiziato.
Il quartetto di protagonisti è composto in maniera molto peculiare, in quanto fra di loro i personaggi sembrano essere l’uno l’evoluzione dell’altro. La giovane Jessie è ancora agli inizi, volenterosa di farsi notare ma insicura di sé, e si evince notevolmente dalla sua impreparazione emotiva dinanzi ad alcuni eventi caratteristici dello scenario bellico che, data la loro esperienza, non attecchiscono in maniera così traumatica sugli altri protagonisti. Lee, molto più esperta e ormai priva di qualsivoglia empatia, inizialmente la giudica severamente e non la ritiene affatto adatta. Ma, con il proseguire degli eventi, le due si ritroveranno in un rapporto allieva-maestra molto più profondo e che mi piace definire “di scambio ruoli”.
Alla guida del quartetto, Joel si dimostra molto più umano della sua collega e preparato alle situazioni lavorative che affronta con serietà, ma trattando alcuni dettagli del loro lavoro con leggerezza, eppure dimostra anche lui di essere ancora inesperto sotto molti aspetti e puntando al successo decidendo ambiziosamente di intervistare il Presidente ponendogli domande spinose e atte a renderlo ancora più scomodo agli occhi dell’opinione pubblica. Infine, la presenza di Sammy nel ruolo di mentore del gruppo aleggia su tutti loro, mostrandosi come un insegnamento vivente per i suoi compagni, ma in particolare per Joel, dandogli continuamente dritte riguardo a quali domande fare al Presidente e l’obiettivo che esse dovranno raggiungere, mostrandosi però molto più maturo del suo collega. Si potrebbe effettivamente dire che, fra di loro, i protagonisti siano uno il futuro dell’altro: Lee rappresenta ciò che Jessie sarà in futuro, così come Sammy lo è per Joel.
Il film, durante le tappe di questo road movie, ci mostra nel dettaglio diverse realtà di questo scenario bellico, che portano alla luce le contraddizioni e i crimini non solo della società americana, ma dell’umanità tutta. Per affrontarli al meglio, però, non ci si può esimere da alcuni spoiler.

TAPPA III – SPOILER
Un dettaglio registico molto importante ma che aiuta a scandire efficacemente il tempo della narrazione è il notificarci ad ogni tappa di quanti chilometri mancano all’arrivo a Charlottesville.

La prima tappa del viaggio, in realtà, è una tappa obbligata. Dovendo fare rifornimento di benzina, si ritrovano a fermarsi in una zona ove degli uomini armati torturano in maniera abominevole due ipotetici saccheggiatori, seppur l’ambiguità resti. In questa situazione, gli attriti tra Jessie e Lee iniziano ad affievolirsi di fronte a tale violenza apparentemente immotivata. È nella seconda tappa invece, in cui loro si fermano a dormire per la notte nei pressi di una battaglia, mostrata magistralmente da Garland attraverso il rosso dei razzi impiegati nello scontro visto da lontano, che il gruppo inizia a sviluppare una coesione più profonda. Mentre fra loro c’è unione, come sfondo vi è l’apoteosi della separazione, ovvero la guerra.
Il giorno dopo, il gruppo si reca a svolgere un reportage durante un assalto. Questa scena è molto importante, non solo per mostrare il lavoro dei protagonisti in una situazione normale e in cui finalmente Jessie riesce a spiccare e a svolgere il suo lavoro adeguatamente grazie all’influenza di Lee, ma anche per mostrarci un altro momento di violenza gratuita, in cui i separatisti vittoriosi uccidono senza dignità i lealisti imprigionati o che si sono arresi.
Una tappa successiva ci mostra invece una zona lealista in cui, per non perdere la propria tranquillità, si è di comune accordo deciso di non interferire nello scontro e anzi fingere che non stia succedendo niente, continuando a vivere la quotidianità a tal punto che, seppur inizialmente diffidenti, il gruppo riesce ad avere un momento di svago e di distensione.
Il momento più importante del viaggio però, è rappresentato dall’incontro in macchina con altri due loro colleghi, Tony e Bohai. Fra le due macchine vi è uno scambio goliardico in corsa per cui Tony finisce in macchina coi protagonisti e Jessie con Bohai, con l’obiettivo di ritrovarsi più avanti. Purtroppo però, i due vengono bloccati da un gruppo di militari non identificati e che hanno approfittato dello scontro bellico per eseguire una violenta pulizia etnica e scaricando i corpi in una fossa comune. La tematica di un gruppo di individui che sfogano i loro sentimenti più repressi e le loro pulsioni più violente approfittando e giustificandosi con uno scontro bellico, è una tematica che è già stata affrontata più volte in vari prodotti quali “La notte del giudizio”, esprimendo appieno ciò che è intrinseco nell’essere umano, ovvero la violenza che vorremmo esprimere ma che, per rimanere accettati e integrati nella società, non esprimiamo… Ma se ci fosse qualcosa che ci giustificasse?
Il tentativo dei protagonisti di liberarli è tesissimo, in un dialogo con il capo senza nome di questa fazione, interpretato da Jesse Plemons (marito della Dunst), che gli pone semplicemente un’unica domanda: “Che tipo di americano sei?”. Dallo scontro seguente ne escono morti Tony e Bohai e ferito mortalmente Sammy. La reazione dei protagonisti a questa grossa perdita è un elemento esplicativo dei loro caratteri: Joel urla e piange disperato, Lee si ritrova sempre più vuota ma con una grande paura profonda di morire, mentre Jessie rimette, quasi a simboleggiare una perdita totale di umanità.

I tre decidono comunque di proseguire seguendo l’attacco, facilitato dalla perdita di supporto da parte dei lealisti. Durante la scena di guerra che chiude il film, in cui l’azione si scatena al suo massimo del realismo, ci viene mostrato il cambiamento finale dei protagonisti. Lee viene colta da un attacco di panico, riprendendosi soltanto quando nota Jessie ormai abile nel proprio lavoro. Quest’ultima è ormai alienata dal proprio lavoro, al punto che Lee si ritrova a doverla salvare dal pericolo sacrificandosi. In questo momento viene evidenziato quello che ho definito uno scambio dei ruoli: Lee precedentemente aveva affermato che, se Jessie fosse morta, avrebbe immortalato la scena in una fotografia senza esitare, ma ora che se ne presenta l’occasione, è Jessie a immortalare la dipartita di Lee. Infine Joel, ormai disilluso, si limita soltanto a riprendere le ultime parole supplicanti del Presidente prima che quest’ultimo venga freddato dalle Western Forces. Questo finale, molto impattante e che per molti può essere traumatico, viene ancor più enfatizzato dai titoli di coda, accompagnati da quello che scopriamo essere lo sviluppo della fotografia che Jessie ha immortalato sul finale, che quindi vuole quasi essere un simbolo nel modo in cui il finale attecchisce nella mente dello spettatore.
TAPPA IV – CONCLUSIONE
Questo film mostra notevolmente e a 360° quello che potrebbe, in futuro, manifestarsi negli USA attuali ma che, fortunatamente, per ora è ancora abbastanza distante, rendendo il film di Garland uno stupendo seppur agghiacciante monito. Il regista alterna diverse inquadrature molto realistiche nella loro violenza e drammaticità, seppur suggestivamente molto colorate, ad altre che rappresentano di fatto le fotografie che vengono scattate dalle due fotografe. Purtroppo, successivamente alla realizzazione di questo film, Alex Garland ha affermato che non avrebbe più diretto lungometraggi, con l’eccezione di “Warfare – Tempo di guerra”, co-diretto con il regista americano Ray Mendoza e basato sulle esperienze di quest’ultimo mentre prestava servizio come Navy Seal durante la Guerra in Iraq ed in particolare il 19 novembre 2006. Ovvio, la perdita di questo talento registico, che fortunatamente rimane attivo nell’ambito della scrittura, è un dispiacere, ma con questo suo ultimo lungometraggio solista vuole lasciarci con un ultima domanda, rivolta a tutta l’umanità ma in particolare agli USA, ai sostenitori del MAGA ed al suo attuale presidente Trump: che tipo di americano sei?
Mattia Paulis


