Gli zoccoli sotto l’albero. La guerra attraverso gli occhi di una bambina

Questa breve intervista si prefigge di descrivere gli anni della Seconda Guerra Mondiale attraverso gli occhi di una bambina di nove anni: quelli della mia prozia Maria Bonetalli, nata da Pietro e Anna Bonetalli a Grignano, in provincia di Bergamo, il 19 dicembre 1936. Cresciuta durante gli anni del regime fascista e dell’occupazione tedesca, Maria ricorda indelebilmente i piccoli gesti di solidarietà con i quali la sua famiglia, mettendo a repentaglio la propria incolumità, decise di mobilitarsi per aiutare attivamente le figure perseguitate dal regime nazifascista.
Zia, durante gli anni del regime fascista eri una bambina, mi racconteresti qualcosa della tua infanzia?
Mi ricordo che ero una che giocava parecchio, scappavo a giocare. Quando veniva a casa mia sorella Piera del Crespi, sul tavolo c’era ancora l’asse della polenta e tutti i piatti: lavarli e sistemare la cucina era compito mio, ma io mi perdevo coi ragazzi per andare a giocare. Ero una giocherellona. E poi, quando portavo la mucca al pascolo, mi associavo ai ragazzi per andare a cercare i nidi di uccelli e a rubare i fichi. Mi ricordo che sono andata a rubare i fichi in un campo, anch’io avevo il terreno, ma non avevo la frutta. Con i ragazzi andiamo a rubare i fichi al Bortolotto e io mi sono arrampicata sulla pianta; lui si è svegliato, i miei amici sono scappati e io sono rimasta sulla pianta. Quando ho visto che si è allontanato un po’ ho fatto un salto e saltata giù però ho lasciato gli zoccoli là sotto la pianta e io dovevo venire a casa perché c’era buio: sono andata a casa senza zoccoli. Poi tutte le sere ti mandavano al Rosario in chiesa. Mia mamma all’ora del Rosario mi chiama: “Maria, è ora di andare in chiesa”. “Non vado”. “Perché non vai?”. “Perché non ho gli zoccoli”. “E dove sono?”. “Me li ha rubati Bertulott!”. Allora è andata lei a prendere gli zoccoli dal Bortolotto e io sono andata in chiesa. Capito che gioventù!
Anna Bonetalli è la prima donna in piedi da sinistra
Tu frequentavi un istituto gestito dalle suore. Cosa ricordi di quel periodo?
Ricordo che alle 5:30 dovevamo andare a messa, poi a casa si faceva i mestieri, si mangiava e alle due del pomeriggio si ritornava in chiesa che c’era la dottrina. Il prete spiegava la dottrina, poi non si veniva a casa ma si andava all’oratorio dalle suore e si usciva quando c’era buio.
Quando incontravo le suore mi schiaffeggiavano perchè avevo su le maniche corte, mentre il prete ci dava anche delle bastonate quando c’era la processione, perché voleva che noi mettevamo le calze nere e la gonna lunga.
Hai anche qualche ricordo del giorno in cui Benito Mussolini ha annunciato l’entrata dell’Italia in guerra?
Il giorno in cui il Duce ha dichiarato guerra io ero una bambina. Praticamente ero qui in cortile e di fronte c’erano le suore che avevano la radio – noi non l’avevamo – e a tutto volume si è sentita una voce unica che urlava “SÌ” quando il Duce ha detto “Vogliamo la guerra?”. Allora le suore si sono messe tutte le mani sulla faccia e a pregare. Un urlo unico, perché quando il Duce ha dichiarato guerra erano a Roma nel piazzale [Piazza Venezia; ndr.] come a un’assemblea.
Libretto di lavoro di Anna Bonetalli
La tua famiglia ha avuto un ruolo particolare durante la guerra? Cosa facevano i tuoi genitori?
Il mio papà l’era un ex carabiniere e qui a Grignano c’erano tre o quattro “fascistoni” che me li ricordo ancora io. E allora sul sagrato della chiesa mio padre incontra il mio zio – che sarebbe il marito della sorella di mio papà – che gli chiede l’asino per portare via il letame delle capre. Mio zio era operaio e non aveva il terreno però aveva sù le capre per dare il latte ai suoi figli; la capra era legata alla siepe, perché non aveva il terreno il mio zio. Per portar via il letame ha chiesto a mio papà se gli prestava l’asino col carretto. In quel momento lì passa uno che era un fascista ed è andato a dire ai gerarchi che mio papà ha parlato male del fascismo e invece no, era mio zio che aveva chiesto l’asino. Allora qui [nel cortile in cui abitava la famiglia, dove mia zia risiede tutt’ora; ndr.] sono arrivate le camionette per portar via mio padre, che però era già stato avvisato. Non so chi l’ha avvisato che l’avrebbero portato via, ma mio padre è riuscito a scappare. È andato alla caserma dei carabinieri a Crespi ma non l’hanno voluto, perché loro pensavano che [le milizie fasciste; ndr.] sarebbero andati là a ricercarlo; e infatti sono andati, però i carabinieri l’hanno nascosto in un cespuglio di fagioli nell’orto della caserma.
Pietro Bonetalli
E questo nascondiglio per quanto è durato?
È durato otto giorni e mia mamma ha fatto otto giorni sulla finestra ad aspettarlo, giorno e notte.
Dimmi, zia, c’è qualche altro evento che ti ha segnata?
Quando c’erano dei segnali antiaerei. Noi qui avevamo sempre sopra gli aerei perché passavano per distruggere il ponte dell’autostrada di Trezzo e la “Dalmine”, una fabbrica che faceva le munizioni, e poi c’era il ponte di Terno. Loro [l’aviazione alleata; ndr.] ci tenevano a bombardare i ponti per non far portare le armi e quando passavano bombardavano. Io e mia mamma ci accorgevamo che bombardavano Dalmine e bombardavano Trezzo perché quando andavamo a raccogliere i fagioli nel campo si sentiva “TI,TI,TI” e allora mia mamma mi portava via: erano le schegge dei deflagranti e rischiavamo di ferirci. Hanno anche colpito Dalmine, ma non sono mai riusciti a colpire i ponti.
Poi alla sera c’era l’orario che passava il “Pippo”, un aereo che dava l’avviso di spegnere tutte le luci; alla sera non si poteva tenere la luce accesa in casa.
Ti ricordi come facevate a ripararvi dai bombardamenti?
Quando suonavano le sirene si usciva di casa e allora si andava nelle gabine. Qui in cortile c’era la gabina, ma mio padre mi portava giù a un fiumicello. Là ci trovavamo tutti con il prete e si pregava. [Al momento della fuga; ndr.] Mio padre prendeva mio fratello Tarcisio, che è nato nel 1941, si toglieva la sua giacca e lo avvolgeva perché era piccolino, e poi e si andava a quel fiume lì a pregare con il prete del paese per essere fuori del pericolo.
Ricordi se dopo l’armistizio del settembre 1943 a Grignano sono mai arrivati i tedeschi? Se sì, ricordi qualche evento particolare?
Sì, i tedeschi sono stati qui di fronte a casa mia. Qui c’era il tabaccaio, Esther, una donna che era nativa di Brembate e che aveva una sorella e il cognato antifascista. Io lo sapevo perché andavo lì a fare i mestieri. Un giorno uno spavento potente: è arrivata una fila di camionette tedesche nella casa di fronte alla mia, che era la casa del parroco dove lavorava il contadì [il contadino; ndr.] e c’era il fieno. I tedeschi sono venuti a sapere che la sorella della Esther era nascosta qui a Grignano e allora i tedeschi sono andati a casa del parroco; io guardavo la scena dal ballatoio della mia cascina e ricordo che hanno buttato giù tutto il fieno del portico per cercarla ma non l’hanno trovata. Dopo la guerra abbiamo saputo che si è trasferita in Belgio.
Zia, mi hai raccontato spesso dell’aiuto che te e tua madre fornivate ai prigionieri di guerra e ai militari sbandati per sottrarli ai rastrellamenti e alla deportazione. Me lo racconteresti di nuovo?
Qui nei campi chi aveva il terreno aveva anche una casupola, la “gabina” è chiamata in bergamasco, dove tutte le mattine si portavano i pulcini e le galline e poi alla sera bisognava andare a prenderle. Nelle casupole vicino alle mia c’erano dei prigionieri e noi gli portavamo da mangiare tutti i giorni. Io portavo da mangiare e loro mi davano 20 centesimi, ma non era un soldo italiano.
Ricordi come si svolgeva questa procedura?
Sì, mia mamma mi dava dei sidél [secchi; ndr.] fatti apposta con dentro da mangiare; loro [i militari sbandati; ndr.] erano lì e non ti guardavano in faccia, non si facevano vedere bene perché erano sospettosi anche loro e avevano paura di essere traditi.
Quando entravi abbassavano la testa, mettevi il pentolino lì e loro uscivano a prenderlo.
Ricordo anche che all’epoca il governo distribuiva lo zucchero una volta al mese, ora non ricordo quanto per ogni famiglia. Mia mamma ha saputo di una signora di Capriate con otto figli e il marito in guerra che abitava nelle case popolari, così ha deciso di dare il nostro zucchero a loro.

Essendo una bambina, ti rendevi conto di quello che succedeva? Ricordi cosa provavi?
Tutto quello che ho fatto io è perché era il mio padre e mia madre a dirmelo, non ti chiedevano niente. Mio padre, essendo un ex carabiniere, ha aiutato tante persone qui del paese e anche fuori, però quando veniva gente per parlare di certe cose mi mandava fuori; non ti facevano sentire i loro discorsi.
Ricordi i partigiani di Grignano? Per caso li conoscevi?
Qui ricordo solo che c’erano due fratelli, Arzuffi si chiamavano. Io andavo da mia nonna, che abitava a metà paese in una cascina confinante a quella dove stavano gli Arzuffi. Ricordo che c’era un muro e che un giorno, mentre ero da mia nonna, ne ho visto uno che camminava sui tetti. Era Giacomo [Arzuffi; ndr.], che ho conosciuto; i fascisti erano venuti a prenderlo per portarlo via perché si era rifiutato di andare in guerra. E allora è passato sui tetti del paese, è scappato ed è stato nascosto: fino alla fine della guerra non si è più visto.
Il 28 aprile 1945 i partigiani e un gruppo di nazifascisti si scontrarono presso la cabina elettrica di Capriate. Ricordi quel giorno?
Qui a Capriate c’era la cabina dell’elettricità che avevano tolto dal suo lavoro di cabina elettrica provinciale ed era un ambiente vuoto. I nostri partigiani hanno saputo che passavano i fascisti, allora si sono riuniti lì in quello stabile della cabina per sparare ai fascisti, ma non sono riusciti perché c’è stata una spia che ha avvisato i fascisti. Così, quando sono passati, sono usciti dell’autostrada e sono andati proprio a sparare nello stabile della gabina e anch’io sono corsa a vederli e c’erano tanti feriti e li portavano via con la scala [sulle scale a pioli, infatti, venivano avvolte le lenzuola, a mò di barelle; ndr.] e li portavano all’ospedale perché c’erano tre di Grignano, quelli li ho conosciuti perché sono vissuti abbastanza a lungo.
Capriate San Gervasio, cippo commemorativo del Monumento ai Martiri del Cabina
Ti ricordi come vi siete accorti che la guerra era finita?
È successo ancora come quando è iniziata. Alla radio si sentiva che il Duce stava scappando in Germania e quando è stato annunciato il suo arresto c’è stato un boato di urla felici, come quando è iniziata la guerra che dicevano “SÌ” tutti contenti. Per me questa è stata la fine della guerra.
Lorenzo Roncaglia


