Il ruolo imprenditoriale dell’artista contemporaneo nello spazio pubblico socioculturale e commerciale

Oggigiorno il ruolo dell’artista all’interno dello spazio pubblico socioculturale e commerciale è indubbiamente uno degli argomenti essenziali, oggetto di discussione tra critici, docenti e teorici dell’arte contemporanea, ma anche tra gli stessi artisti che nella loro pratica quotidiana devono inverare una riflessione estetica pratica che li guidi all’affermazione personale nel contesto socio-artistico e dello stesso mercato dell’Arte, fattore imprescindibile per ottenere l’ambito riconoscimento e successo professionale.
L’inserimento del pittore negli spazi socioculturali e commerciali e le dinamiche di retribuzione economica o di gratuità legate alla gestione degli spazi espositivi, costituiscono una delle sfide più importanti che i creatori contemporanei si trovano a dover affrontare. Il prestigio culturale di spazi quali gallerie, musei, spazi pubblici o privati, hotels di élite, ecc…serve come parametro di misura e possibile garanzia del maggiore o minore successo di un determinato artista in quanto luoghi deputati alla promozione e visibilità artistica oltreché all’apprezzamento da parte di committenti e cultori dell’arte.
Come è noto, gli artisti contemporanei devono affrontare una realtà, in molti casi, ben diversa da quella che favoriva i pittori durante il Rinascimento sia attraverso il mecenatismo artistico sia attraverso gli incarichi ecclesiali; di conseguenza il loro atteggiamento è diverso dagli artisti del passato in quanto il pittore, l’artista professionale attualmente lavora quasi come un imprenditore, stabilendo nella maggioranza dei casi accordi commerciali con gallerie e sale d’arte per esporre e vendere le proprie opere. Questo aspetto imprenditoriale della figura dell’artista non riguarda soltanto la gestione dello spazio espositivo ma abbraccia diversi aspetti: l’utilizzo dei media e le nuove tecnologie, la promozione, autopromozione e vendita pubblicitaria e uno stile comunicativo efficace nelle relazioni interpersonali, al fine di garantirsi un certo riconoscimento e status socio-artistico che rafforzi il nome dell’artista, alla stessa maniera in cui una azienda qualsiasi acquisisce prestigio attraverso la stima dei suoi clienti.

Artisti come Pablo Picasso, Salvador Dalí, Joan Mirò, Andy Warhol, Manzoni, Fontana, Maurizio Cattelan o il più attuale artista-imprenditore Jeff koons hanno insegnato alle nuove generazioni quanto sia importante la pubblicità e l’autopromozione dell’artista nei più svariati modi: dalle apparizioni di Picasso in TV e nel cinema attraverso films a lui dedicati come “Picasso”(1954), diretto da Luciano Emmer o “il mistero di Picasso”(1956) diretto da Clouzot alle continue collaborazioni di Salvador Dalí con i media attraverso la pubblicità, le interviste televisive o lo stesso film “Destino” (1989) con la Walt Disney. Ovviamente dobbiamo citare anche la pittura seriale e pop di Andy Warhol e il suo rapporto proficuo con i media oppure l’irreverente e concettuale artista Piero Manzoni con opere come la “merda d’artista” fino ad arrivare agli interventi e happening sociopolitici e provocatori dell’estroso quando non polemico Maurizio Cattelan.

Nella moderna e tecnologizzata società attuale è possibile elencare diverse soluzioni che sono state proposte dagli artisti per promuoversi come imprenditori di sé stessi, tanto negli spazi socioculturali quanto in quelli prettamente commerciali. Nei primi la loro promozione non costituisce un problema in quanto questi spazi incarnano una ideologia ben definita che non ritiene primario il lucro economico, bensì la condivisione e diffusione della cultura a carattere gratuito o semigratuito per eventuali mostre artistiche, installazioni, happening, ecc. Questo permette agli artisti emergenti e a volte anche a quelli già affermati, di dare visibilità alle loro opere ed ottenere un maggiore successo all’interno di quei ceti sociali e nicchie artistiche che solitamente frequentano questi spazi.
Nonostante ciò è imprescindibile fare riferimento alla trasformazione che negli ultimi anni hanno subito determinati spazi pubblici che, inizialmente gestiti con propositi socioculturali, sono tristemente diventati spazi con pretese commerciali, aderendo così alle esigenze di una società sempre più capitalistica.
Per ciò che concerne gli spazi strettamente commerciali di cui sopra, gli artisti hanno adottato due posizioni antitetiche: quelli che hanno accettato completamente o parzialmente le regole del mercato artistico attuale e quelli che le hanno rifiutate in una maniera più o meno drastica, seguendo un percorso alternativo a quello ufficiale. Tra gli spazi commerciali dell’arte esiste attualmente un’ampia varietà di tipologie di offerta, la cui importanza è determinata dall’ubicazione -più o meno centrica- in cui è situato lo spazio espositivo e dal prestigio sociale acquisito, soprattutto nel caso in cui la presenza e notorietà di galleristi, curatori e critici d’arte hanno reso tali spazi elitari e socialmente appetibili ai compratori e committenti di opere d’arte.
La richiesta economica di tutti questi spazi varia da quelli che chiedono soltanto una percentuale per la vendita delle opere esposte a quelli delle gallerie più o meno prestigiose o esclusivamente commerciali che stabiliscono il loro prezzo in funzione di fattori quali la qualità del lavoro realizzato al loro interno dai professionisti (promozione, pubblicità, vendite, allestimento d’opere…), la funzionalità e l’ampiezza dello spazio espositivo, la fama e utenza di pubblico acquisita, ecc…
La risposta a questa logica mercantile da parte degli artisti-imprenditori è stata quella della libera scelta degli spazi più convenienti per esporre tenendo conto di criteri quali il budget personale, il rapporto qualità-prezzo dello spazio espositivo, i possibili committenti, l’incremento del proprio prestigio personale e successo al fine di incrementare il proprio potere acquisitivo e potere eventualmente così far mostre in spazi artisticamente o socialmente considerati più prestigiosi o “cool.” C’è chi invece ha scelto di difendere ideologicamente una posizione alternativa alla logica del mercato artistico nazionale e internazionale cercando di non pagare o di pagare una minima quantità di soldi per esporre.
Inoltre tra coloro che seguono un percorso alternativo e affrontano il problema dello spazio espositivo in una maniera ben diversa e molte volte più radicale troviamo i writers o graffitari che invadono direttamente gli spazi pubblici quali le mura della città, la cartellonistica pubblicitaria e i treni, promuovendo sé stessi attraverso l’appropriazione illegale e gratuita degli spazi come luoghi di esibizione e affermazione della propria arte rispetto alla concorrenza.
Il graffiti è una espressione artistica di origine popolare che riattualizza e propaganda i presupposti di lotta di classe (Europa) e di una estetica contemporanea (Stati Uniti d’America) non indifferente alla propria posizione socioeconomica o ideologica di appartenenza.
Anche gli artisti e pittori di strada hanno un atteggiamento trasgressivo rispetto agli artisti convenzionali ma seppur legalizzati attraverso un’imposta da pagare allo stato per esercitare autonomamente la loro professione, restano lontani dalle ambizioni, possibilità, oneri e impegni che richiede l’affermarsi dell’artista nei luoghi tradizionalmente deputati all’Arte.

Attualmente è evidente che le dinamiche di auto-finanziamento artistico sono diventate a volte spropositate e gli artisti si trovano con richieste esagerate da parte degli intermediari in cui i tradizionali ruoli -soprattutto dei galleristi che prima chiedevano un compenso limitato a una percentuale sulla vendita- si sono progressivamente indirizzati e, in certo modo, ridotti a un business lucrativo e redditizio da parte loro, fino al punto di pagare semplicemente per esporre le opere dell’artista, senza il lavoro che precedentemente veniva svolto da parte dei galleristi per promuoverle.
I fattori che hanno provocato questa situazione sono certamente diversi, tra cui possiamo sottolineare brevemente la crisi economica, la speculazione e l‘avidità e astuzia umana; perciò l’artista si trova a fare i conti con realtà economiche specifiche che deve obbligatoriamente affrontare se vuole farsi notare come ad esempio l’affitto delle gallerie d’arte o il pagamento per il lavoro svolto a critici d’arte, curatori o galleristi di prestigio; ne consegue che gli artisti si sentono quasi obbligati ad esercitare consapevolmente la funzione imprenditoriale nel suo aspetto più pragmatico e meno idealistico e ad assumere i rischi che tali scelte comportano nella vita quotidiana.
Ciò non toglie che le opportunità per gli artisti, in generale, sono progressivamente incrementate non solo attraverso l’intervento diretto delle istituzioni statali, universitarie o liceali ma anche da parte di altri enti pubblici, comunali, privati o associazioni socioculturali che offrono nuove possibilità agli autori contemporanei di avere successo attraverso l’intervento nelle ferie di arte gratuite, i concorsi o le borse di studio con soggiorni all’estero, le gare per la realizzazione di progetti artistici e bandi emessi per la inclusione delle proprie opere in musei e gallerie.
E’ innegabile che le dinamiche del mondo dell’arte contemporanea possono essere ancora più complesse e variegate di quelle citate in precedenza; per cui il mio scopo sarà quello di offrire al lettore una visione sintetica e pragmatica del ruolo che attualmente l’artista-imprenditore assume in relazione al contesto socio-artistico e commerciale contemporaneo, traendo spunto dalle lezioni di certi geni ed artisti che precedentemente abbiamo, ad esempio, soprannominato.
Alejandro López Luna Delgado


